
Il sanscrito, la lingua universale dello yoga
Silvia Ghigliazza
Insegnante di Yoga
Me lo ricordo ancora. Le prime volte che ho partecipato a lezioni di yoga serie — non quelle un po' improvvisate, ma quelle vere — sentivo l'insegnante pronunciare, sul tappetino, delle parole per me del tutto incomprensibili. Suoni strani, lunghi, impronunciabili. Restavo lì a guardarmi intorno, un po' spaesata, cercando di capire cosa stesse succedendo copiando chi mi stava accanto.
Solo qualche lezione più tardi, quando ho preso un po' di confidenza, ho osato chiedere: «ma quelle parole, cosa vogliono dire?». La risposta mi ha aperto un mondo: erano i nomi delle posizioni in sanscrito, la lingua universale dello yoga. Da quel giorno quelle parole hanno smesso di spaventarmi — e hanno iniziato ad accompagnarmi ovunque.
Cos'è il sanscrito e da dove viene
Il sanscrito è una delle lingue più antiche del mondo, la lingua sacra dell'India in cui è stata tramandata, per millenni, gran parte della tradizione yoga: i Veda, le Upanishad, gli Yoga Sutra di Patanjali. Non era la lingua di tutti i giorni, ma quella dei testi sacri, dei riti, della conoscenza. E c'è un dettaglio bellissimo nel suo stesso nome: samskrta significa «perfezionato, raffinato, messo insieme con cura», in contrapposizione alle lingue parlate, più grezze. Il sanscrito, insomma, nasce come una lingua curata fin nel midollo.
La lingua che si parla su ogni tappetino del mondo
La chiamo «universale» non per modo di dire. Da viaggiatrice instancabile — e yogini felice — ogni volta che arrivo in un posto nuovo, per lavoro o per piacere, non mi lascio sfuggire l'occasione di tornare allieva e di praticare. L'ho fatto in mezzo mondo. E mi è capitato spessissimo di trovarmi davanti insegnanti che parlavano un inglese per me poco comprensibile, o che non lo parlavano affatto.
Eppure riuscivo a seguire quasi senza intoppi. Perché quando guidavano la classe, le posizioni le nominavano in sanscrito. E il sanscrito, quello, lo capivo. Trikonasana è Trikonasana a Milano come a Bali; Bhujangasana è il cobra ovunque. In quel momento non eravamo italiani, indonesiani o indiani: eravamo persone che condividevano la stessa lingua silenziosa, srotolata sotto i piedi.
Lo Sri Lanka: l'ultima conferma
L'ultima volta mi è successo proprio nel mio recente viaggio in Sri Lanka, dove lo yoga è letteralmente ovunque: insegnanti stranieri, insegnanti indiani, pratiche a ogni angolo. Tutti parlavano inglese, è vero — ma io, a volte, facevo una gran fatica a capire l'inglese di chi avevo davanti, tra accenti e cadenze lontanissime dai miei riferimenti.
E di nuovo, come un vecchio amico, è tornato il sanscrito. Bastava sentire il nome dell'asana e il mio corpo sapeva già dove andare. Ho potuto praticare con la stessa passione, la stessa disinvoltura e lo stesso piacere di sempre, a migliaia di chilometri da casa. È in quei momenti che capisci davvero cosa vuol dire «lingua universale»: non è una frase da brochure, è una chiave che ti apre le porte del mondo.
Perché nelle mie lezioni uso il sanscrito
Proprio per questo, nelle mie classi nomino sempre l'asana prima in sanscrito, e poi in italiano (e a volte, quasi di riflesso, anche in inglese — perché insegnando anche all'estero mi capita di avere davanti allievi di tanti Paesi diversi). Non per darmi un tono: per regalare agli allievi la stessa chiave che ha aperto a me il mondo.
Lo faccio con calma, senza sommergere nessuno di informazioni. Ogni tanto «scompongo» una parola e ne spiego un pezzetto. Per esempio: Uttanasana e Ardha Uttanasana. Spiego cos'è Uttanasana, e poi che ardha significa «metà». Una briciola alla volta. Perché se impari che ardha vuol dire metà, la prossima volta che lo ritrovi in un altro nome — e lo ritroverai — saprai già di cosa si tratta. Lezione dopo lezione, si costruisce una consapevolezza: non esegui più un ordine, capisci cosa stai facendo. Esattamente come succede quando si imparano le «matrici» delle parole nel glossario.
↗Impara a decifrare i nomi: il glossario
Se vuoi iniziare a riconoscere le «matrici» delle parole — i prefissi, le parti ricorrenti — qui trovi il glossario degli asana in sanscrito, parola per parola.
Una curiosità
Il sanscrito non è solo antico: è sorprendentemente logico. La sua grammatica fu codificata da un uomo di nome Panini oltre duemila anni fa in un'opera talmente precisa e sistematica da essere considerata una delle più straordinarie mai scritte da mente umana — tanto che ha affascinato i linguisti moderni e perfino i primi studiosi di informatica, che ne hanno ammirato la struttura quasi «matematica». Insomma, quando sul tappetino pronunci un nome in sanscrito, stai usando una lingua costruita con una cura che ha pochi eguali al mondo. Niente male, per qualcosa che all'inizio sembrava solo «parole incomprensibili».
↗Un'altra parola che usiamo senza saperlo: Namaste
Dal tappetino alle magliette: cosa significa davvero «Namaste», e perché non vuol dire semplicemente «ciao».
Il sanscrito è la prova che lo yoga non ha confini: puoi non parlare la lingua di chi ti guida, ma se conosci i nomi delle posizioni, sei già a casa. — Silvia
Domande frequenti
Perché è la lingua in cui la tradizione yoga è stata tramandata per millenni, ed è diventata una lingua comune a chi pratica in tutto il mondo: i nomi delle posizioni sono gli stessi ovunque, al di là della lingua parlata. È un filo che unisce la pratica di ieri a quella di oggi, e l'Italia all'India.
Viene da samskrta, che in sanscrito significa «perfezionato, raffinato, ben composto». Era la lingua curata dei testi sacri e della conoscenza, distinta dalle lingue parlate quotidiane.
No, affatto. Puoi praticare benissimo senza conoscerlo. Ma imparare anche solo qualche parola ricorrente rende la pratica più consapevole — e, come mi è successo tante volte in viaggio, ti permette di seguire una lezione in qualsiasi parte del mondo, anche senza capire la lingua dell'insegnante.
Per unire il meglio dei due mondi: il nome in sanscrito è universale e costruisce consapevolezza, quello nella lingua locale rende tutto immediato. Io stessa, nelle mie classi, nomino prima l'asana in sanscrito e poi in italiano, spiegando a poco a poco il significato delle parole.






























